Visita / prelievo del sangue a Milano

Stamani mi sono recato a fare un prelievo del sangue. Mi sono alzato presto, non so perchè ma mi ricordavo dall’ultima volta che digiuno e madrugada fossero ingredienti vincenti per questa attività.

Per fortuna, grazie all’ottimo servizio di prenotazione visite offerto dalla Sanità (numero verde 800 638 638) ho scoperto che c’è un ambulatorio in via Francesco Sforza numero 35 (dietro la statale).

Essendoci 2000 ambulatori e ospedali nella zona era importante per me entrare nel posto giusto. Il numero civico al 35 non c’è, ma abilmente aggiro la mancanza di segnaletica trovando il 37 e tornando indietro di uno.

Entro e leggo i cartelli. Un ambiguo “informazioni” mi manda a sinistra, ma non vedo nessun edificio plausibile. Così decido di proseguire dritto e chiedere all’addetto al cancello, il quale mi si fa incontro, che copre con la gamba un mini totem “i” (”i” per informazioni).

Mi indica la strada. Entro nell’edificio. Prendo subito il numerino che non si sa mai. 46 persone prima di me. Tre sportelli. Non male penso. L’uso della parola “ticket” per numerino mi sconcerta un po’, non perchè sia contrario agli inglesismi, ma perchè in ambito sanitario ha un’altro significato.

Leggo circa una quindicina di volantini, manifesti, ciclostilati e manoscritti appesi alle pareti e vengo rapito dallo stile snello ed elegante con cui sono scritti (della serie “entro e non oltre”, “a duopo”, …). Voglio farcela da solo a capire cosa devo fare, ma alla fine mi arrendo e chiedo a un veterano (veterano = uno di quegli anziani che sono di casa all’interno della struttura sanitaria).

Io: “Scusi qual’è la procedura qui?”

Veterano: “prendi il ticket (nell’accezione di numerino o biglietto), ti metti in coda, paghi il ticket (nell’accezione di ma non ho gia’ versato le tasse per questo servizio?), poi vai di là che ti prelevano il sangue“.

Mi siedo, apro il portatile e mi metto a lavorare. Dopo due ore le batterie stannno finendo e io mi trovo a soli 4 numeri dal mio turno. Intanto il digiuno inizia a farsi sentire. Finalmente tocca a me. Nella breve strada che separa la sala d’aspetto con un vecchio sportello della banca regionale europea, dove pagherò il mio ticket, penso: sono proprio curioso di vedere perchè ci vuole così tanto a pagare un ticket. Sono confidente nella abbondanza di forme di pagamento presenti nel mio portafogli, costituita da: bancomat, carta di credito, una banconota per tipo (di quelle che erogano i bancomat almeno…), libretto degli assegni.

La signora dall’altro lato dello sportello sembra sveglia. E per fortuna lo è. Ci abbaimo messo solo 15 minuti a completare l’operazione, ma vi assicuro che io ci avrei messo almeno il doppio:

  1. prende la mia tessera sanitaria / “carta regionale dei servizi”, di cui vado particolarmente orgoglioso. In un piccolo chip tutti i miei dati :-)
  2. Lei: “è la prima volta qui?”. Io: “Sì”. Prende la tessera, la passa a un lettore ottico e poi inizia a copiare a mano i miei dati: Nome, cognome, residenza e un paio di altre informazioni. Ma non sono scritti nella tessera? voglio dire… digitalmente?
  3. Riceve una telefonata. Preme invio. Impreca contro il software di merda (resisto alla tentazione di infilarci un link a www.italia.it) e ricomincia la procedura da capo. Dalla faccia credo che le succeda almeno 20 volte al giorno. Esasperata.
  4. Riceve un altro paio di telefonate, si altera con i colleghi dell’altro reparto che non sanno gestire domande così banali e le passano a lei.
  5. Nel frattempo pago con bancomat.
  6. Stampa tutti i fogli e le etichettine che attacca sulla mia “fattura”.
  7. mi consegna un foglio, denso di scritte, con le istruzioni per il ritiro degli esami. Chido se c’è anche un numero di telefono da chiamare per sapere quando vengon pronti. Lo aggiunge a penna sul foglio denso di scritte (ma senza numero di telefono…)

Entro nell’altro ambulatorio, e in 5 minuti ne esco, con qualche goccia di sangue in meno. Penso a come sarebbe diverso questo posto se ci fossero davvero finiti tutti i soldi che i cittadini hanno messo, invece di finire nelle tasche dei soliti mediocri furbi. Amarezza.

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